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GO FLY A KITE

Ripensandoci, ritenne la serata molto gradevole; sapeva che non era l’aggettivo giusto, per quel senso di solitudine che non l’abbandonò un attimo (nonostante fosse circondato da parenti e amici), tipico di chi giunge a una tappa del suo percorso senza aver realizzato tutto quello che avrebbe voluto. Di questo non parlò con nessuno e preferì continuare a considerare quella serata “gradevole”.

Gli era chiaro, ad ogni modo, che un ciclo era ormai giunto alla sua conclusione; decise dunque di chiudere il blog, pensandone uno nuovo – perché per un cerchio che si chiude ce n’è sempre un altro che si apre.

Così, come Mary Poppins, prese la sua valigia di tappeto (firmata Prada, ça va sans dire), aprì il suo ombrello e volò via. Ebbe, a dirla tutta, qualche difficoltà tecnica: sapeva infatti che, se nel suo caso era l’ombrello a dover sollevare e mantenere in aria sessantacinque chili di peso netti, nel film era effettivamente Julie Andrews a spiccare il volo – l’ombrello era solo una copertura, e parlava davvero.

Sperava, però, di riuscire un giorno a volare come quella stronza di Julie Andrews; speranza che si portava dietro da quando, bambino, correva come un pazzo giù per la discesa che portava a casa sua, aggrappandosi all’ombrello.

Spesso si sbucciava le ginocchia.

Pubblicato il 3/7/2008 alle 23.59 nella rubrica Diario.

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